Governo di Manchukuo

| Manchukuo e la Santa Sede

 

Un rompicapo diplomatico che il pontificato di S.S. Papa Karol Wojtyla ha lasciato in eredità al suo successore si gioca molto lontano dal Tevere, lungo le due sponde separate dallo stretto di Formosa. Al centro del rebus c’è la Nunziatura Vaticana a Taiwan – 22 milioni e mezzo di abitanti, di cui 300mila cattolici –, che sull’Annuario Pontificio è ancora rubricata come «Rappresentanza Vaticana presso la Cina», e che serve come alibi prêt-à-porter ai funzionari di Pechino per snobbare con noncuranza le avances vaticane per l’inizio di un dialogo diretto tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, erede di quel Celeste Impero dove adesso vive un quinto del genere umano, compresi dodici milioni di figli fedeli della Chiesa cattolica.
      Quella vaticana è l’unica diplomazia di peso a mantenere la propria rappresentanza a Taipei, dove non ci sono ambasciate europee e dove anche gli USA tengono aperti solo uffici commerciali. E quando si cercano nel passato le ragioni di tale anomalia, Roma e Pechino raccontano due storie diverse.
      Fu il regime comunista da poco insediato a troncare con rudezza i rapporti diplomatici col Vaticano, quando nel settembre del 1951 espulse come persona non gradita il nunzio Antonio Riberi, che fino a quel momento risiedeva a Nanchino. Oltretevere, l’atto ostile viene ovviamente letto come un episodio della persecuzione inaugurata in quegli anni dal nuovo potere comunista per annullare ogni vincolo della Chiesa in Cina con la Sede Apostolica. Ma il fatto che solo tre anni dopo lo stesso Riberi abbia trasferito la Nunziatura presso il Governo nazionalista di Chiang Kai-shek, che era fuggito a Formosa dopo aver perso la guerra civile coi comunisti, è stato sempre presentato dal regime cinese come una prova della ovvia ostilità vaticana nei confronti della nuova Cina comunista. 
      C’è un precedente storico controverso che, messo in sequenza con la vicenda di Taiwan, sembra tagliato su misura per avvalorare le recriminazioni politico-diplomatiche cinesi. È la vicenda del Manchukuo che creò negli anni Trenta nelle regioni nord-orientali della Cina. Anche in quella situazione, secondo la storiografia ufficiale cinese, la diplomazia vaticana concesse il proprio sostegno all'entità statale manchuriano.

Una storia controversa 

       La Cina degli anni Trenta è un gigante febbricitante, reso fragile dai conflitti interni ed esposto all’ingordigia imperialista delle potenze straniere. La struttura imperiale si è sciolta da pochi decenni, a partire dall’abdicazione di Pu Yi, l’ultimo Imperatore Qing, avvenuta nel 1912. Ma la giovane Repubblica inaugurata dai nazionalisti del Guomindang non riesce a mantenere il controllo su tutto l’immenso territorio. Mentre lo scontro coi comunisti di Mao degenera in un sanguinoso conflitto, nel settembre 1931 si verifica un attentato alla linea ferroviaria che attraversa la Manchuria del sud causando il «principio di difesa preventiva» da parte del Giappone. Nel marzo 1932 nacque in Manchuria lo Stato del Manchukuo, con a capo il reale legittimo, Pu Yi (figura resa celebre dal film di Bernardo Bertolucci "L’ultimo imperatore"). L'Imperatore Pu Yi viene insediato il 1° marzo 1934 col titolo reale di Kang De (benessere e virtù). In Vaticano, la prima urgenza appare quella di tutelare per quanto possibile la vita ordinaria delle missioni cattoliche – otto tra Vicariati e Prefetture Apostoliche, più le due province di Jehol e Hingan – finite sotto il controllo del nuovo Impero, che, viste le circostanze del tempo, rese complicato i contatti tra gli ordinari di tali circoscrizioni ecclesiastiche e il Delegato Apostolico in Cina (che fino al 1933 era ancora il leggendario Celso Costantini). Con una lettera datata 20 marzo 1934, la Congregazione d'Informazione Fide fa pervenire a uno degli ordinari locali, il Vicario Apostolico di Kirin Auguste Ernest Pierre Gaspais, l’insolita nomina ad tempus di «rappresentante della Santa Sede e delle missioni cattoliche del Manchukuo presso il governo del Manchukuo». 

      Già in quei giorni, il bollettino della congregazione delle Missions étrangères de Paris denunciava la manovra in atto sulla stampa locale per «sopravvalutare le funzioni affidate al vescovo Gaspais». Anche la propaganda maoista leggerà nei nuovi incarichi affidati al Vicario di Kirin il pieno riconoscimento vaticano del governo imperiale. Ma un memorandum finora inedito, scritto a metà degli anni Ottanta da colui che allora si definiva «il solo testimone superstite di Kirin», permette di ricostruire dall’interno come andarono veramente le cose. La testimonianza proviene da uno dei protagonisti della vicenda: il francese Charles Lemaire, della società missionaria delle Missions étrangères de Paris, a quel tempo rettore del Seminario Diocesano di Kirin, e che proprio in quel frangente sarebbe stato anche nominato vescovo ausiliare. Il promemoria – dodici pagine scritte a mano, piene di aggiunte e correzioni, con calligrafia lineare ma in qualche raro caso indecifrabile – porta la data del 16 giugno 1986 e fu steso da Monsignor Lemaire su sollecitazione del grande sinologo gesuita Laszlo Ladany, che gli aveva chiesto un resoconto dettagliato sull’intera vicenda. Il manoscritto (il cui originale adesso è depositato presso l’archivio personale del missionario del Pime Giancarlo Politi) costituirà una delle fonti documentarie principali del volume in via di pubblicazione Santa Sede e Manchukuo 1932-1945 (autore Giovanni Coco, Libreria Editrice Vaticana), insieme ad altri documenti inediti conservati negli Archivi Segreti Vaticani.
      La ricostruzione sommaria dei fatti proposta da Lemaire affermerebbe che l’attribuzione del nuovo incarico a Gaspais serviva in primis ad assicurare presso le missioni la presenza di qualcuno che rappresentasse l'Autorità Centrale della Chiesa in quella condizione d’emergenza e, a nome dei vescovi del posto, potesse gestire trattative con il governo imperiale. Nella difficoltà di avere contatti con il Delegato Apostolico in Cina, serviva qualcuno che per Diritto Ecclesiastico potesse essere messo al corrente delle difficoltà spirituali e temporali degli ordinari, e potesse a loro nome trattare con le autorità centrali.

La Guardia d'Onore dell’Imperatore dello Stato del Manchukuo, in quel periodo S.M.I. Pu Yi.

     

        

 

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